E' sulle note di una canzone degli Interpol che non ricordavo così bella e struggente, o forse è il mood del momento che fa la sua parte, che lancio un ultimo sguardo commosso a una pista che da anni non vedevo così gremita, mentre le luci si fanno sempre meno smorzate e ommini con la maschera di Leatherface e tònne col cappello a punta e le parrucche viola si apprestano a salire quei gradini che conducono in superficie e i festoni con zucche arancio e nere vengon giù ammollati e sgualciti. E' questo il canto del cigno di un altro luogo che è un pezzo di storia, oltre che della mia storia, che dovrebbe essere fatto patrimonio dell'Unesco ed invece verrà raso al suolo. Cerco di memorizzare ogni dettaglio, le statuètte di Ganesh al bancone del bar, la macchinetta che distribuisce mandorle caramellate, il guardaroba, i divanetti duri come il marmo scrostati e i tavolini fracichi di alcol, l'acqua mista a melma che ricopre le piastrelle del bagno, la voce della tipa in bad trip che piange convulsamente nel cesso accanto. La bassa sagoma rettangolare da palestra/piscina anni 50 vista dall'esterno, a spezzare la geometria svettante dei palazzoni che lo stringono e destra e a sinistra, i platani o tigli o che minchia di alberi sono che costeggiano il marciapiede. Un ultimo sguardo commosso a una pista che comincia a svuotarsi, e pare di stare in un film dove tutto è in ralenti 5 secondi prima dell'apparire dei titoli di coda, con Paul Banks che dice "We ain't going to the town, we're going to the city. Gonna track this shit around, and make this place a heart, to be a part of. Again" e ti immagini quella stessa pista deserta, in un'atmosfera surreale, la palla con gli specchi che capitola sotto i colpi delle ruspe, le colonne che, con una lentezza esasperante, si schiantano al suolo, vecchi, amatissimi edifici che crollano, senza un perchè spariscono, mi mancano già adesso che ancora ci sono. Un ultimo sguardo commosso, e anch'io mi avvio voltando le spalle, mentre dopo i riverberi sul finale l'organo e le percussioni restano insieme per una manciata di secondi poi cessano all'unisono.
Ci sono luoghi dati per scontati; li si crede immortali e saldi come pietre millenarie. Molti ne ho visti da un momento all'altro sparire, molti altri ne vedrò. Ci passo davanti senza notarne l'assenza, tale è l'abitudine a vederli lì, la mia immaginazione sopperisce per una sorta di automatismo a ciò che manca alla vista. Una domenica di inizio ottobre zampetto per via Indipendenza con i miei compari -di spuntini di mezzanotte, in tal caso-, ogni cosa è illuminata e fredda e abbastanza deserta non fosse per gli ultimi autobus che vanno su e giù per
Gli ommini e le tònne dello Zoo sono da stimare per il disarmante sprezzo del pericolo und del ridicolo. Avanzano sopra zattere zeppate, nere, apocalittiche. Borchie, lurex, vernice, pizzi e merletti adornano corpi o anoressici o strabordanti -non ci sono vie di mezzo-. Nel secondo caso lacci sempre troppo stretti, corsetti ottocenteschi, calze a rete costringono porzioni di carne bianca dando vita in controluce a sagome insolite e bizzarre. Occhi bistrati non servono a nascondere volti tipici della profonda Longobardia di metalmeccanici con la passione per l'ebm in libera uscita. Zigomi vistosamente rifatti e decolletè tatuati si riflettono negli specchi del bagno in finto marmo. Feticisti di Legnano o Muggiò bramano piedi da leccare; una coltre di nebbia nicotinica si leva dalla salètta dove i personaggi più equivoci si aggirano al ritmo della industrial-trance più ignorante sulla piazza. Improponibili cinquantenni con bonze sferiche, abbigliamento tirolese e fare mafioso d'operetta pattugliano le sale. Ragnatele sintetiche si lèvano talvolta da casse di amplificatori, all'occorrenza precedentemente martoriati dalla cover band degli Him di turno. La musica c'è da mò, ma tutti stanno seduti in punta di culo su divanetti di finto velluto come fottuti poser, e noi pure non siamo da meno seppure ci lamentiamo mentre sorseggiamo chi Kaipiroska, chi assenzio, chi vodka liscia o alla menta e chi Martini di scarsa qualità in bicchieri di plastica. Fino a che qualcuno non dà il buon esempio, e in men che non si dica il dancefloor si riempie di una vasta umanità che si dimèna: tacchi a spillo e zeppe da pachiderma sòlcano il pavimento, tra fette di lime abbandonate e cannuccie sparse qua e là. Bon mi manca l'aria andiamo giù a far pausa zizza, e così nel quadrato cementificato del parchètto condominiale di una piazzetta piuttosto amèna per essere a Baggio -ma di giorno com'è, me lo sono sempre chiesta, se la vedessi sono certa che rimarrei interdetta- si chiacchiera in compagnia di un nero felino che bazzica quelle lande, possibile famiglio wannabe in dotazione a darkettusi. Poi ancora su per un corridoio di scale scarlatte con pezzi di specchio appesi ai muri; il Baffo Moretti e gli altri beveraggi, unitamente a pantacollant di una taglia in meno e gonna di tulle con fascia elasticizzata in vita ispirano più d'una tappa al cesso, tienimi la porta che poi ti tengo io. Le vie della piscia sono infinite, e così nel ridente corridoio che prelude alla toilette si consumano incontri con commercialisti anoressici dalle bretelle argentate che, nonostante subitanea incursione nel subcontinente indiano da parte della controparte -ossia la scrivente-, o forse proprio in virtù di ciò, si degnano in via del tutto eccezionale di dispensare un saluto.
Poche centinaia di metri più in là, un locale un tempo glorioso langue nell'abbandono e nell'incuria. Quella stessa umanità ora popolante lo Zoo una volta, not so long ago, poggiava il suo proprio culo sui divanetti pietrificati dell'Arcobaleno -non esattamente confortevoli ma sì caratteristici-, o si scatenava in pista sotto lampade a specchio posticcie al suono di "Hang the dj hang the dj hang the dj". Il sabato sera punk laidi con scritte fatte con la scolorina sul chiodo che stava in piedi da solo comprato di quarta mano in Fiera si riunivano a bere cartoni di vino più che scadente e a ingerire pastiglie nel parcheggio del Pam, prima di disseminare di vomito il circondario all'occorrenza collassando sul nudo asfalto. Ora le serrande stanno abbassate o quattro sudamericani si accoltellano alla serata Salsa y Merengue in quello che, non fosse per i concerti, sarebbe ormai un luogo fantasma. Dopo anni di fedeltà, non sempre per altro adeguatamente ricompensata, anche la mia persona ha dovuto adeguarsi al Goth-glam dilagante y imperante ed ha a malincuore accantonato lo scantinato dai sette colori per il più funzionale e dinamico (?) Zoo. Ma il fatiscente Rainbow, abbandonato come una nave che affonda con i suoi cessi intasati, i leoni verniciati d'argento all'ingresso e il suo adorabile marciume, resterà forever and ever nei nostri cuori, e so che un giorno ci incontreremo ancora. Aamen!
In apprensione per l'assenza di aggiornamenti, i miei 25 -ma magari- lettori piangon miseria. In verità vi dico, sono stati giorni di night (e non solo) life fin troppo intensa, ed ora ho solo voglia di mangiare come i cani Gocciole e budini Vitasnella come se piovesse guardando il maggior numero possibile di puntate dei Pìcchi Gemelli, gentilmente omaggiatemi da ben due fanciulli assai solerti y servizievoli. Questa estate indefinibile e rinfrescata da grandinate non infrequenti sembra prendere lentamente forma, seppure ancora molte preoccupazioni gràvino sul mio spirito, non ultima la temibile Tesi da domandare. Ignoro se alcuno abbia mai studiato
Ora levo le tende chè Kyle MacLachlan is my co-pilot. Altro che Sex and the City.
Ai nou, ai nou, è una vita che non aggiorno e una volta entrati nel meccanismo perverso che ci piace tanto di questa vetrina di merda(cit) la cosa pesa, a me e ai miei estimatori...you know who you are so do we. Da dire ho tutto e niente, mi vengono in mente cose affastellate raffazzonate come capelli gonfi dell' umidità che c'è nell'aria nello stormy weather che ogni giorno riversa la sua pioggia acida sulla cappa velenifera della città. Penso a un'altra domenica di incombenze che piacevoli dovrebbero essere ma non sono e alla muerte in faccia che ho visto venirmi incontro assieme al trenino Desio-Limbiate, avanzante scampanellando a velocità sostenuta verso
Penso al possibile significato di una non-comunicazione senza senso che si consuma sui tabulati del mio telefonino, e penso a quanto sarebbe bello e significativo se solo se. Ai telematic wanker teaser che every bloody second della mia vita telematica che potrei/vorrei impegnare in altro modo si immettono in essa succhiando come piattole, rivendicando forse non con arroganza ma senza il benchè minimo senso dell'opportunità il mio tempo, day in day out, estorcendomi un'attenzione che non vorrei loro concedere, digitando senza fine senza smettere di ruminare il nulla. Penso alle modelle che inciampano in vestiti-conchiglia meringosa scendendo i gradini sulle note di un mix trance di Pagan Poetry infinito, ai dandy coi giacchini asimmetrici e la tuba sfortunata y disastrata, ai ricchi premi e cotillons comprendenti ferri da stiro e guide turistiche, alle cariatidi da palco al grido di "Largo ai giovani" e ai miei commenti impietosi a voce più alta del dovuto sull' "ingegnere della moda" di sesso femminile (?) con vestitone fiorato del mercato rionale tatuaggi da mozzo y simil ciabatte De Fonseca con zeppa annessa.
Penso al kebab che non riesco a finire, annaffiato di Moretti mentre la conversazione si anima e si fa appassionata sulle ultime di "Un Posto al Sole". Al perchè in Beautiful non fanno che bere calici tra lenzuola di seta (cit). Al cinema Bianchini al quale si va assai prima del previsto. Penso a un film che mi ha ferito oltre a piacermi moltissimo perchè tragicamente riconosco situazioni, anche se non così estreme. Ai cortili interni che si aprono tipo scatola cinese nel quartiere, appunto, dei cinesi, e a studi di designer architetti con un forte odore di truciolato -una breve incursione in un mondo per me sotterraneo...-. Allo spritz facendo people-watching in una zona in cui non mettevo piede da anni, un altro mondo brulicante di mondanità in cui mi piacerebbe sguazzare. Alla temibile ex-professoressa che scorgo intenta a sfogliare volumi non appena metto piede nella libreria, a me che nascondo a mia volta il naso in libri a caso facendo l'indiana che di più non se puede. A un progetto che sfida lo sprezzo del ridicolo che devo presentare a momenti a un professore serioso e incazzoso. Al ragazzo della biblioteca, sì quello che salvo, che lunedì era seduto di fronte a me.
Chissà se avrà notato i miei capelli unti.
Sunday
Le ragazze della Scuola di Musica hanno 15 anni, le calze a rete traforate, anfibi uguali ai miei e minigonne in lycra asimmetriche a scoprire cosce ben tornite, collarini polsini e gli occhi bistrati, e una sicurezza sfrontata che non possedevo a quindici anni né tantomeno posseggo adesso. Si muovono con disinvoltura tra i tavolacci in legno del locale in finto stile Indiani d’America, pomiciando con supposti boyfriend merdallari con immancabile acne, capelli bisunti jeans tagliati al ginocchio e la t-shirt dei Manowar. Irretiscono il pischello emo con le Vans a quadrettoni b/n e il jeans nero elasticizzato a vita bassa che suona il basso, ghignano, si dicono cose nelle orecchie, mettono mani sulle cosce dei fanciulli, salgono e scendono dal palco con rose in mano mentre le ore passano e si sta là a far ballare la scimmia e sempre più ho voglia di birra+ una zizza. Every fucking time mi domando il perché mi presto a questo genere di pratiche, che mi provocano per lo più disagio e fastidio, anche se le mie mani sulla tastiera non tremano più come la prima, tragica volta. Ho cominciato per assecondare fantasie adolescenziali che sono evaporate con il passare degli anni, e allora perché ancora sono qui? Un desiderio indefinito di fare meglio, seppure non supportato da quella spinta che mi consenta di fare il salto di qualità c’è, qualcosa simile al piacere di suonare posso ancora sentirlo qualche volta, da qualche parte, quando le cose vanno per il verso giusto. E stasera? Lows and highs, cambi di palco repentini e programmi che non partono nella concitazione del momento, fumo che esce da macchinette improbabili, luci colorate in movimento incessante, famigliuole amici e parenti che mangiano la pizza e bevono cocktails applaudendo i loro pupilli incondizionatamente, grovigli di cavi da scavalcare e sedie su cui appoggiare gli spartiti tra un’esibizione e l’altra, improvvisazioni molto improvvisate in cui nessuno capisce più un cazzo. Me ne vado con al seguito una rosa bianca e blu che non metterò mai in acqua e un sovrappiù di stress e preoccupazioni riguardanti decisioni da prendere di lì a breve.
Monday
Fill your pocket with the dust and the memories sto cazzo. Finalmente ho potuto mettere da parte tutte le paturnie sedimentate e assaporare momenti, una volta tanto, liberi da qualsiasi implicazione pseudo emotiva. Il tempo di cambiarmi i vestiti aromatizzati all’Espresso F(r)eccia del Sud Trenitalia e passarmi un rigo di matita sotto gli occhi, ritrovare gente bella in una piazza quasi deserta dove giocano cani discorrendo di Wolf Eyes, Disciplinatha e dell’India, sostare di fronte al bar che non troveremo aperto mai con il vècio che va in giro per i portici con il fucile da caccia. S. Francesco col cielo plumbeo è ancora più gotica e solenne, ti vedi troppo l’Altissimo che fa brutto, ti guarda da quelle altezze monumentali e ti fa un culo così …il tempo di tracannare uno spritz sotto le arcate medievali nei pressi di Piazza del Nettuno e poi un altro ancora, disquisendo di Twin Peaks e Dublino. Il tempo di percorrere viali deserti spazzati da un vento irreale e guardare le lucìne del lunapark densamente spopolato, di bere ancora in fretta a fianco del baracchino del piadinaro con porchetta, di smezzare un bijetto e finalmente si è dentro, a bere again and again birra crucca nel bicchiere di plastica sulle sedie da giardino a sentire resoconti di storiàcce in lsd. Fomentarsi per il folk-drone flippato dell’uomo-loop che sovrappone tutto il sovrapponibile e poi attendere quei bolsi di gran classe, attacchi arpeggi e passaggi parole recitate che si conoscono a memoria ma che fa sempre bene risentire, in un mood di gran lunga più felice di quello che mi accompagnò due anni or sono, tra frasi sconnesse e bestemmie surreali urlate a ogni pausa, cani e robbosi e fumo e indifuckers come se piovesse. We love you, Herbie Hancock…Il tempo di far ticchettare tacchetti consumati di stivali vintage risalendo via Zamboni, di stupirsi di fronte a un’inedita piazzetta Verdi insolitamente vuota di punkabbestia, fermarsi per una manciata di secondi ad ascoltare suoni impastati di cover band dei Black Sabbath provenire da uno scantinato a pochi metri dal pub con le biciclette appese. Di sorridere mentalmente a vedere i miei amici che si piacciono e disquisiscono appassionatamente degli Unsane degli Husker Du, e raccontarsi di performances etiliche giovanili con vomitino e altre amenità annesse e connesse di fronte a coppette del mejo gelato in town. Mentre fuori piove. Il tempo di aprire gli occhi, e realizzare che devo andarmene drammaticamente presto; giusto il tempo di realizzare, tra cambi di treni e letture di cataloghi di Musei, che non mi stancherei mai di tutto questo, mentre i colli resi più brillanti dall’acqua scompaiono dal mio campo visivo.
SS, non hai tutti i torti, a volte mi domando, se nella vita c’è qualcosa di più che andare da un locale all’altro a bere fumare parlare e accennare passi di danza al suono di dj handicappati. St. Miguel per cambiare, invece della immortale Moretti che comunque è una certezza, e una cornice che da quando avevo 17 anni fa da sfondo a molte, troppe delle mie serate, il parco delle Basiliche ripulito e illuminato, il muro con sempre pubblicità tanto up-to-date frutto di brainstorming di trentenni creativi, il Becks man a guardia delle Colonne che fomenta la folla distribuita lungo il perimetro delle panche e dei gradini della piazza. Cambiano le facce, ma anche no. Solo qualche èmo in più, e pischelli sempre più giovani as we grow old. Essì, non sto male, cerco sempre quel quid che faccia la differenza, perché ogni serata è simile ma sono le impercettibili variazioni che mi interessano, la differenza nella ripetizione –troppo Deleuze per me e questo è il risultato - , waiting, waiting to happen. In attesa di un futuro indefinito e di progetti che non faccio, del momento in cui me ne andrò –me ne andrò da Màlano – farò i soldi – voglio un loft, ovviamente- , ma prenderà mai consistenza? Non sento più, rispetto a tempo fa, la sensazione di non essere dovrei avrei dovuto, il desiderio assoluto di trovarmi altrove, sempre in un altro momento, con persone che costituiscono una cerchia a parte alla quale non posso prendere parte (things could be different, but they’re not) ho smesso di torturarmi sul perché non sono in quell’altrove con loro, solo questo posso fare, godere delle cose di cui dispongo, apprezzare le persone che mi apprezzano, dilettarmi dei divertimenti, per quanto inautentici, che il mio essere-nel-mondo mi offre…cantare a pieni polmoni con un’intonazione imbarazzante percorrendo in Corso XXII marzo: “La tele resta spenta e non la guardo più! Ho un nodo in gola che è difficile mandare giù! Fumo un po’, sposto via la tenda, cielo grigio piombo io non lascio che mi prenda…”, lasciarsi trascinare lasciarsi lasciare a bocca aperta ascoltando ancora una volta un gruppo psichedelico che fa il solito concerto della madonna, farsi sorprendere sul dancefloor che è solo un floor da una "canzone" che pare la solita terronata electro con voce metallica ma che ci fa sapere cose ovvie sulla vita e sulla notte, qualcuno doveva pur dirle… A volte mi domando, se nella vita c’è qualcosa di più che andare da un locale all’altro a bere fumare parlare e accennare passi di danza al suono di dj handicappati. Avrò tempo per scoprirlo, ora non c’è altro che io possa fare. Non c' è ancora tempo per i restyling, i reset, che pure arriveranno. Mentre un altro weekend incombente si mangia la settimana, prove incombenti ingrossano le mie ansie e poi prenderò un treno alla volta di luoghi dai quali manco da troppo tempo, per una toccata e fuga, a mesi che paiono eoni di distanza dalla mia ultima visita, chissà come la sentirò, quale sarà il mood, a mesi che paiono secondi dal Grande Crack. Ottimizzare i tempi, studiare nel viaggio, sostare in quella piazza che fa bene al cuore a fumare e mangiare le paste alla frutta più buone ever sotto il rosso portici in cotto. Del resto inutile, pianificare e immaginare, tutto sarà comunque diverso, nel bene e nel male…
Mi chiudo alle spalle per quella che è l'ultima volta quella porta di legno scrostato e prendo per l'ultima volta quell'ascensore claustrofobico che somiglia di più a una camera iperbarica. Per l'ultima volta la voce metallica scandisce la mia discesa: quinto piano, terzo piano, secondo... Requiem per una catapecchia, ma forse dovrei dire un Alleluja, lascio senza rimpianti un luogo nei confronti del quale l’insofferenza era divenuta per me insostenibile, un luogo che fin dall’inizio non ho mai sentito come mio anche se camminavo sulle assi scricchiolanti di quel pavimento, dormivo in quella stanzetta ove la luce del sole filtrava solo al mattino attraverso le foglie rinsecchite di piante rampicanti poco curate e in cui, alla luce cruda della lampada rossa, piegata su quella scrivania peggioravo la mia importante miopia e la scoliosi incipiente traducendo versioni prima, schematizzando manuali e mattoni filosofici assortiti poi . Una casa in cui la polvere era protagonista assoluta, e andava a ricoprire le mille cianfrusaglie stipate in ogni dove: libri, libri, colonne di pagine ingiallite che si innalzavano fino al soffitto, cd jazz per lo più tradizionale a cui non mi appassionerò mai –voglio e mi aspetto le cose storte, epilettiche e malate, nel jazz più che in ogni altro ambito musicale, eccheccazzo; in 8 anni di spulciamento salvo solo una musicassetta con registrati i Portishead e il cd di Songs of Faith and Devotion finiti da quelle parti chissà come -, quadri di arte povera gentilmente donati da ex conviventi ed altri esperimenti non troppo riusciti, selci pietruzze monete e cazzilli di tutte le età dell’antichità, un Pinocchio dallo sguardo di ghiaccio che mi ha sempre inquietato, maschere, anfore, libelli e santini della Sicilia dei tempi che furono, mosaici moderni fatti più o meno a culo –oh, how hobbies suck!!!-, una chitarra inutilizzata, crackers e biscottacci secchi ai 5 cereali che non mangerei neppure in caso di carestia planetaria e altro e altro ancora. Ora tutte queste cose sono dentro a scatoloni di cartone, in viaggio verso altri lidi. E, anche se non c’è limite al peggio, pure se il domicilio che mi attende potrebbe essere più ancora annichilente, beh, se non altro avrò una buona occasione per sciropparmi tutte le rassegne dello Spazio Oberdan, cosa che mi riprometto di fare da eoni ma che il mio culo pesante mi ha sempre precluso. Somma è la gioia per non dover più attraversare un cortile giallastro in porfido stipato di spazzatura e per risparmiarmi la vista di scarrafoni formato famiglia a pascolare sul tappeto del cesso la notte. Respirare aria stantìa e sentirsi soffocare, farsi mangiare dalla noia, uscire solo per lasciarsi trasportare dal flusso di minus habens che fanno le vasche solo per non dover fissare quel muro di cemento su cui transitano gatti pieni di croste che chiude la finestra, mortifica lo sguardo. Mi tiro dietro il pesantissimo portone de fèro battuto e provo sollievo, finalmente, respiro.
Nonostante la mia permanenza nel loco or ora descritto, il weekend trascorso è stato meno spiacevole di altri, regalandomi qualche momento da immortalare. Esco fendendo la pazza folla del tardo pomeriggio, perdo il 14, neanche bestemmio, mi guardo intorno, guardando la mia immagine camminare riflessa nelle vetrine cammino. Giungo alla stazione dove già mi attendono i compagni di scorribande. C’è un’aria da mercatino sulla spiaggia, sebbene al posto della sabbia ci sia un’allegra colata di cemento, col penultimo sole che ancora picchia inducendo semi-svenimenti. I compari mi introducono a una magica bancarella vintaggeosa sul fondo della spianata, una bancarella all’apparenza simile a molte altre bancarelle vintaggeose ma con più di una marcia in più, in grado di rivelare tesori più o meno nascosti appena aromatizzati alla naftalina. Bevo Cola sulle note dei Talking Heads alla radio e sgranocchio snack alla paprika mentre spulcio abiti pulciosi. In breve mi faccio ammaliare da un paio di capi che acquisto in tandem per la bellezza di 10 euri; da segnalare un corpetto in grado di causare difficoltà respiratorie e che prima di indossare dovrò sottoporre a una lavatrice intensiva con copiosi misurini di detersivo al sapone di Marsiglia e pastiglie antisettiche. Qualcun altro acquisterà una majetta da tirolese in acido con simil merletti e accostamenti cromatici quantomeno azzardati, già destinata a divenire un cult. Ci si avvia sul far del tramonto mentre intorno a noi gli ultimi venditori sbaraccano la baracca. Si combattono abbassamienti di pressione, cali di zuccheri e altri malesseri dovuti alla faticosa attività a morsi di pan di spagna cinese e la mia camicètta nera si insozza di simil-zucchero a velo. Mezz’ora dopo il bambolo gonfiabile fluttua davanti ai nostri occhi galleggiando nell’aere dell’area di fronte all’arena, nudo come un verme rosato contro un cielo magrittiano, il vento agita fronde brillanti e bambini rompono lampioni. Un’ora dopo mi faccio largo tra la folla intenta a prelevare cibo come se fosse realmente in corso una carestia planetaria a quello che a mio modesto parere è il mejo aperitivo della città. Si ciancia, non ricordo di cosa, tra cocktails poco carichi ma rinfrescanti e una birra scura poco apprezzata dal suo proprietario –ma, il mio motto è, della birra non si butta via niente, altro che maiale- , crocchette, riso bianco e giallo e salsa di yogurt. L’arco della pace illuminato fa la sua porca figura sulla via del ritorno. Immaginare che la polvere bianca del selciato sia neve può evocare memorie infantili…musica tùnna proviene da dietro i cespugli. Il bambolo è ora planato a più terrene altezze e porge le sue terga agli avventori. Vacche pop cibernetiche sono ovunque e accompagnano il nostro cammino, Andy Warhol avrebbe apprezzato. Io per me le detesto cordialmente, ma quando migreranno verso altri lidi, già lo so, sentirò la loro mancanza.
Mentre attendo un sms come se piovesse, da chi se lo tira come se fosse l'unico a possederlo, e lo avesse, per giunta, d’oro, e nel frattempo attendo che si faccia un po' più tardi per guardare la puntata 3x19 di Perdidos procurata per vie non esattamente legali -la cui visione, giassò, mi attenderà accompagnata da quantità importanti di cioccolato Lindtt e dolcetti alla mandorla e al limone-, inganno le estenuanti attese scribacchiando minchiate autoreferenziali sparse. Ultimi due giorni all'insegna della vita mondana gravitante intorno al Circolo Magnuolia nonostante il pesamiento di culo che mi ha colto prepotentemente al ritorno dal mio soggiorno romano. Giovedì sforzo considerevole e ammirevole sfidando le intemperie e la digestione imperante post-Un-posto-al-sole per recarmi a vedere i Questi braccini sono serpenti, che si sarebbero esibiti nel locale di cui sopra. Giungo in compagnia di me, myself and I per le 23, dopo un tragitto in macchina attraverso una Malàno pressochè desierta spazzata da un vento siberiano, insolito effetto un po' apocalittico. Parcheggio senza difficoltà nel presunto posto degli handicappè evitando così agilmente i parcheggiatori malefici. Faccio il mio ingresso in loco e subito sorseggio una rossa piccola zizzando nello spazio cementato rivestito di lucine natalizie improbabili, e mi dedico all’amato people-watching. Il pubblico è l’indie delle grandi occasioni (ma quali non sono grandi occasioni per spillettati pronti a bagnare la mutanda per ogni next big thing propinata dal giornalaccio/sitàccio di turno?); ciò mi ispira profonde meditazioni e riflessioni sull'annosa questione del perchè esistano due sole tipologie di ragazza indie, la ragazza indie bassetta e minuta con frangia caschetto cerchietto e/o mollettine con stella brillantinata e ballerine a pois bianchi e rossi o bianchi e neri e la ragazza indie bassetta e con il fisico a papera/pera con frangia caschetto cerchietto e/o mollettine con stella brillantinata e ballerine a pois bianchi e rossi o bianchi e neri: sò probblemi. Nel mentre i miei timpani e le gonadi che non posseggo vengono martoriati dal peggiore gruppo ever, presentato sul volantino col programma del locale come "una interessante realtà nostrana", in realtà quanto di più aberrante una mente umana possa concepire, la bruttezza fatta suono. Conclusa l’esibizione incommentabile dei suddetti, finalmente fanno il loro ingresso i These Arms. Alla vista di quel pischello biondino esilino e fighettino che comincia ad agitarsi non posso fare a meno di pensare: “Ma…ma…è un fottuto emo..!”, fortuna che la musica contribuisce a dileguare ogni mia incertezza. Polvere che si alza e Circolo che viene giù sotto stacchi di batteria paurosi e muri di viuulenza hardcore come dio (sempre porco, of course) comanda. Il pischello emo non si risparmia, urla con furia (iconoclasta, of course) ed urgenza convulsa buttandosi a pesce sulla folla in visibilio, siempre più fracico e scoppiato, tutto ciò è notevole e ottiene il mio plauso. Si esce non rimborsati ma soddisfatti.
Venerdì invece serata di gruppo con la ciurma di svantaggiati organizzati che supporta questo blog. La mèta, ancora una volta, quella che ormai sta diventando una seconda casa, niente meno che…il Circolo Magnuolia. Giungimo dopo aver versato l’obolo ai parcheggiatori malefici, sotto una pioggia leggera di pioggia e lana di pioppo che volteggia in volute impalpabili. Neanche il tempo di far su una zizza nel cortiletto cementato che altri due svantaggiati di prima categoria –il simile apprezza il simile, as it seems- attaccano a suonare sul palchètto: sono i Wolfango, una “band” che non avrei mai scommesso di vedere in azione, e che credevo desaparecida da quando nel lontano ’99 furoreggiava –se fa per dire- sulla scia dei compari CSI. Sorseggiando di sgamo un bottiglione di Heineiken introdotto clandestinamente nel locale, assistiamo a uno dei concerti a mio avviso più gustosi e godibili ever: armati solo di un basso ultradistorto, una grancassa a pedali e del loro understatement, la coppia di Wolfanghi –non esattamente belli, ma simpatici- sciorina i propri cavalli di battaglia, da “Annalisa” a “Ozio”, fino a “I ricchi pagano
Una serata quasi perfetta, e allora cos'è che sempre mi manca?
Post-it sparsi e considerazioni assortite sui giorni trascorsi. In questi giorni ho scoperto che The Gates Of Slumber sono tipo il gruppo di doomsters più esteticamente brutti ever -con tutti gli attributi della categoria elevati al cubo: bonze dalla circonferenza chilometrica, 4 capelli in croce unti e bisunti piantati sulla testa pelata, tatuaggi trucidi su braccini che i camionisti a confronto sono anoressici-, ma anche i più gentili e affabili, che ti tengono la porta sorridendo e scusandosi, sarà un gesto semplice ma a me ste cose colpiscono nel profondo del mio intimo, sìsì. E poi mènano e pestano come fabbri, e hanno un suono che ti decima i neuroni e sono rimasta a guardarli a bocca aperta ed ero ancora reduce da questa botta quando hanno iniziato gli Earthride che a confronto parevano delle mammolette, anche se pure hanno suonato bene ma il loro cantante non mi sembra in salute, proprio no, a prescindere dalla gamba e poi non vale fare i dischi con la voce mixata in primissimo piano e poi suonare con i volumi degli strumenti che sovrastano, e non mi avete fatto "Loss" che se l'aveste fatta piangevo come un vitello squartato eh vabeh forse meglio così dai. Cmq le corna autoinflitte sono un tajo me han fatto morì. Ho scoperto -o meglio, ne ho avuto la conferma- che le persone che meritano la mia stima et amicizia sono quelle che ti fanno sghignazzare con commenti demenziali mentre sei a una mostra seriosa, circondato da cariatidi inacidite per la fila davanti ai quadri. Che le persone de mierda sono quelle a cui non hai un bel cazzone da dire, quasi ti fanno pena per quanto sono tristi e finite e per quanto non si rendono conto di quanto they definitely suck ma già mediti uno stronzeggiamento deluxe perchè you get what you give e cose del genere, vale la pena di infierire, siempre. Ho scoperto che la nostra amèna capitale può essere assai simile a Delhi sotto alcuni aspetti: monsoni, rigagnoli d'acqua e guazza ovunque, masse di genti che transitano attraverso vicoletti angusti dai muri gialli rossi arancioni scrostati simultaneamente a risciò trasportanti grassi turisti crucchi, taxi e motorini. Gli inglesi sono gentlemen che scattano polaroid alla fontana del Tritone mangiando carne essiccata. Piazzale Ostiense è la dimostrazione che Amore Tossico è sempre un film attuale, e mi sarebbe piaciuto scattare una foto agli arti del drogataccio collassato su un blocco di cemento all'angolo della via. Ho scoperto che i topi possono essere anche piccoli e graziosi e che non è il caso di partire, qualunque sia la destinazione, con canottiere nere come unico capo di vestiario. Recito un requiem per Giordano Bruno che domina dall'alto i pischelli che socializzano in Campo dei Fiori, lui ne sa più di tutti, aveva capito tutto, per questo l'hanno fatto fuori. Ho avuto la conferma che se è ora di pranzo e le uniche opzioni disponibili sono baretti con le foto dei piatti, oltremodo variopinte, gelaterie dalle insegne fluo e pizzerie al trancio con una lavagnetta fuori con scritto Pizza+Coca-cola-->5 euro, ecco, forse è meglio digiunare. Universi demoniaci del fantastico e del meraviglioso si schiudono da incisioni del Quattrocento e mondi popolati da angeli, galli e cavalli e violinisti ebrei sul tetto fuoriescono da dipinti di qualche secolo dopo. A San Pietro tutti fotografano la Muerte che affiora da panneggi di marmo rosa brandendo una clessidra. Schiume di birra zampillano sopra le chiome di ommini e tònne che volteggiano lentamente, ora accelerando al suono della musica in un locale dove le norme antincendio sono un'opinione. Le pecore pascolano sul ciglio di collinette di fianco a stazioni urbane. Mi conviene prendere sempre porzioni non troppo abbondanti, anzi esigue, a pranzo dai miei parenti, se non voglio rischiare di soffocare nell'olio e nell'unto, anche se loro sono campati ottant'anni mangiando questa sbobba. Poi mi sovviene quanto è triste diventare vèci e vedere solo un pezzo di terrazzo spelacchiato e risicato del mondo circostante per tutto il dì, e il resto vederlo dalla tv, dai balletti insindacabili del pubblico della Clerici, e passare il dì a cucinare alla bell'e meglio gli champignon, sempre annegati nell'olio. Che altro? Altro c'è, ma sicuramente non lo metto a fuoco al momento, come quadri che vanno visti due volte per cogliere dettagli che a una prima visione si celano. Mi lascio alle spalle questa commedia umana, incasinata e ridondante e magniloquente e un pò polverosa e fatiscente ma pur sempre affascinante, avanzo verso righi di pioggia gelida che mi vengono incontro creando arabeschi sui finestrini del treno, riportando tutto a casa, verso qualcosa di nuovo, ancora di diverso...
Ovvero sul perchè non voglio più fare una malattia delle persone che con me stronzeggiano forte e duro. Ancora una volta code di paglia, e playing da indian à gogò ma che dico playin' da indian -tecnica che alle volte denota saggezza e consente di destreggiarsi in situazioni in cui ci si trova per errore- , mille volte più scorretto semplicemente triste ripetutamente incrociarsi e tirare dritto senza guardarsi negli occhi, il perchè poi non è dato di saperlo. Nè di me comprendo, in verità, perchè uno sporadico contatto fisico, seppure minimo, con chi pure non ha la mia stima nè altro merita da me mi fa desiderare di averne ancora, di essere guardata, baciata, che qualcuno, pure che non merita la mia stima and so on, mi liberi la faccia dai capelli e mi dia un bacio all'angolo della fronte, e non una sola volta che quasi non me ne accorgo e mi resta solo un accenno di ricordo/rimpianto. E sull'onda dell'emotività, ma pure cercando di dominarla, io che faccio, non comprendo ma mi adeguo, evito anch'io di incrociare lo sguardo, mi faccio largo tra la gente ammassata nello stretto budello tra bancone e mixer in direzione ostinata e contraria a quella da cui ti vedo arrivare, ma malauguratamente tu devi avere avuto la stessa bella pensata e a momenti avviene uno scontro frontale. Per fortuna la notevole discrepanza delle nostre altezze contribuisce a evitare che si consumi l'incrocio di sguardi che renderebbe obbligatorio almeno un saluto. That's all, oh, how rapporti umani -inesistenti, in questo caso- suck!!!
In tutto ciò, bel live degli Spiritual Front, mosche bianche -o quasi, i Kirlian Camera ci hanno la classe che fa la differenza- e vintaggeose in un panorama in cui le terronate ebm la facevano da padrone, partito un po' sottotono anche per problemi tecnici (che strano, al Transilvania?Com'è possibile, non è mai successo...) ma cresciuto, di pathos e intensità, nel corso dell'esibizione, con vertice emotivo in una "Autopsy of a love" strappa lacrime e strappa mutande in grado di darmi la mazzata definitiva. Altre highlights della serata: birra calda con darkettoni irriducibili stagionati e un po' scoppiati ma tutto sommato bravi e buoni e il racconto dei malanni + sfighe psicologiche + tentativo di approccio del fiorentino svantaggiato "Ma ti sto annoiandoo?? No, dimmelo, se ti sto annoiando..." durante i Kirlian Camera "Noo, ma adesso guardiamo il concerto, dai", e questo è davvero tutto, per i più accaniti sostenitori della mia intensa nightlife. A presto con nuove, mirabolanti avventure.