Oh, how they suck!!!

let the monkey keep on dancin'
martedì, 03 giugno 2008

ti ringrazio signore, per todo quello che mi dai

In questo frangente di disorientamento e preoccupazioni, i referrer di Shinystat sono una manna dal cielo.

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sabato, 12 aprile 2008

seven days and one week

Che accade a Cazzomene in questo tempo? Il mese più crudele è ormai inoltrato, e tiene fede alla nomea di mese più crudele.

 

Prima, cose e stati d’animo e sensazioni nella vita di Cazzomene si susseguono, a ritmo incostante. Biglietti da venti e persistente odore di aglio in case con una stanza e il treno che fa vibrare le pareti, bambini gialli che chiedono chewing-gum e braccialetti della fortuna, il dettato con l’apostrofo, il ciclo dell’acqua e la società del Neolitico; scatole di cereali e voci stentate e computer sempre accesi. Biglietti di Biagio Antonacci e foto delle vacanze in bacheca, Aristotele e la metafisica, biglietti da cento in buste di carta e dissertazioni sui presocratici e le unghie sfibrate, profumi di Armani che non metterò. Copertine rigide lilla cangiante e titoli in argento; inconsapevolmente scelgo la rilegatura più esosa sul mercato. Copertine lilla cangiante e titoli in argento contro il viola sintetico della majetta powered by il negozio vintage wannabe di fronte a casa. La frase ripetuta in loop che continua a creare un loop nella mia testa: “Questo lavoro propone un’analisi iconografica e interpretativa di una delle più note immagini dell’arte indiana…” again and again and again and again. Tacchi di legno e gallette insapori e bottigliette d’acqua e fascicoli e sacchetti e borse scamosciate e giacche nelle mie due mani. Poi, tacchi di legno e gallette insapori e bottigliette d’acqua e fascicoli e sacchetti e borse scamosciate e giacche e mazzi di fiori gialli rosa e arancio nelle mie due

mani.

Cazzomene attorniata da flash di fotografi, telefonini, shaking hands e guance da baciare. Brachetto, zizze e tortilla chips at eleven o’ clock, e già mi mancano quei colonnati e i “beella zzio” croce e delizia di anni interminabili. Quadri in tubi che non si aprono e parassiti che reclamano la loro fetta e braccialetti in resina spruzzati di viola. Sangue su code feline e palpebre che si chiudono mentre ricomincia per la terza volta “Jump around” dal cd del Sottomarino Giallo. Immagini in movimento su grandi schermi e jeans elasticizzati che stanno in piedi da soli; Becks in cortili di case di ringhiera e karaoke dai muri rosa smalto scrostati e neon che paiono trapiantati dal set di “Angeli Perduti” e loschi individui made in yakuza al bancone del bar. Cazzomene in uno scantinato attorniata da terroni und terrone in stivale a punta in finta pelle bianca e ampie maniglie cellulitiche che, mani nelle tasche e attitudine sborona, decide di non farsi intimorire dal microfono e intona ispirata “Sleeping in my car”, mosca bianca in un repertorio in cui si sprecano italiche sanremesi melodie che gli oriundi del Mezzogiorno hanno nel sangue come i negri il ritmo. Le guglie della Certosa tra strisce di verde e azzurro con l’azzurro che diventa sempre più piombo; amarcord riguardando dvd di gloriose serie dell’infanzia la cui sola sigla provocava a Cazzomene junior notti insonni e defecazioni in mano, e quanto erano belle quelle ambientazioni di motel e boschi e caffè americani e ricerche negli archivi chè era indernètt la fantascienza; lo stacco di batteria che si fonde in un modo perfetto con la voce di Beth tra i versi “It’s time to move over/ ‘Cos it’s all I wanna be” e la ripresa dell’incipit con la base campionata, e quanto lei sembra fragile e quanto l’identificazione è stata a più riprese pressoché totale. Casse di Forst e barili di Faxe Deluxe alle Colonne e locali con bandierine e tende della doccia e Cazzomene che mangia la torta sulle scale.

 Pre-euforie che, come un copione che si ripete dolorosamente troppe volte, si convertono in dolore und amarezza, alle quali reagisco una volta per tutte con gli unici mezzi in mio potere: bestemmie, parole, insulti, calci, graffi e sputi figurati che vorrebbero essere letterali, fisici, carnali y sanguigni, soprattutto fisici per potersi convertire in contatti di cui sento la necessità, quali che essi siano…

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venerdì, 14 marzo 2008

...hyssop in your perfume...

Arriva la primavera, e con il tepore dei nettari misti a gas di scarico torna codesto disco. C'era un tempo in cui ascoltavo per la prima volta codesto disco, un tempo in cui ancora ascoltavo i dischi e imparavo a memoria i testi. Ma poi questi mi si piantano nella memoria in un modo che sorprende anche me, ogni incipit è qualcosa di mirabilmente ficcante e da lì ricordare il resto è un niente, a partire da quell'esordio che lascia senza parole su muri scarni di riff di chitarre che fanno chiàgne calde lacrime: What should I tell her? She 's going to ask. If I ignore it it gets uncomfortable, she wants to argue about the past... Ma quanto devastante und letale e pure dolce è questa manciata di canzoni, solo mi spiace di averle mentalmente dedicate alla persona più malefica ever, quanto miele che stilla da questa copertina albicocca, quanto questo è la cosa più incantevole e pura che abbia mai sentito, ma quanto è semplicemente bello il gesto che fa lei a circondare il collo di lui il modo in cui lui la bacia sui capelli sfiorandole la testa? Quanto il vedere il cerchio compatto e perfetto dell'attuale bonza di quest'uomo che armoniosamente fuoriesce dalla camicia scura a mezze maniche e lui con la chitarra a tracolla sopra la bonza che se la canta e se la suona, il suo collo massiccio che si congiunge con la mascella, il suo naso da capo indiano mi fa provare ammore e tenerezza ogni qualvolta lo vedo! Quanto il punto di vista maschile per quanto malato non è mai stato così simpatetico e attizzante nelle sue parole, quella rassegnazione e cattiveria e sensualità morbida e sfatta di dire "io sono così sono consapevole della mia merda ho mille debolezze non ultime le tònne sono un bastardo sono maschio e marcio e ci marcio" mi manda in sollucchero e mi sento di assolverlo e di bere e fumare con lui e vederlo sorridere e dire I'm on my kness for you people...

also sprach cazzomene alle ore 13:14 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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martedì, 12 febbraio 2008

black and blue and broken bones you left me here i'm all alone my little piggy needed something new

***Disclaimer*** Post ad alto contenuto livoroso, auto-indulgente und autocommiserante. Astenersi o voi che apprezzate il mio sarcasmo più cazzone e corrosivo e il mio calarmi nella parte della più simpa dei simpa e il mio trovarmici insolitamente a mio agio; o voi che biasimate le fisse e i ruminamenti e rimuginamenti delle personalità complicate e probblematiche, passate oltre.

Ora fai la figa emancipata. La snacchera del boss che però ha anche un cervello, è cazzuta è una donna con le palle nonostante la sua giovane età, e ha anche sense of humour e sa prendersi poco sul serio nonostante sia consapevole della sua bellezza e del suo potere. Cazzuta e intelligente, stimata e rispettata da tutti e da tutte, compie scorribande in macchina con la socia con la musica dalle chitarre taglienti a tutto volume e il braccio fuori dal finestrino, beve birra e tequila e bestemmia come un camionista ma nel contempo è una persona profonda e di una dolcezza innata -il suo visino da cinna, senza spigoli, non mente-. Sicura di sè, si esprime con proprietà di linguaggio e con battute lapidarie, sa come farsi rispettare ma è palpabile la sua dipendenza, per ora ricambiata, una dipendenza e un attaccamento che dolorosamente conosco, dei modi che chissà come non mi sono nuovi.

Il primo modello, da eoni archiviato, era difettoso. S'intende, non palesemente, platealmente difettoso, solo qualche magagna qua e là, ben celata in un primo tempo, piccole sbavature veniali anomalie di fabbricazione. Il nuovo ha la stessa scriminatura tra i capelli di colore appena più scuro lo stesso trucco sugli occhi di colore appena più scuro un colorito appena più bronzeo. Il primo modello pretendeva legittime attenzioni, consapevole della fragilità con la quale avrebbe dovuto essere maneggiato, ma la garanzia era scaduta oppure non c'era mai stata, e così, si prova a fare pratica come viene, alla cazzo, un colpo di qua e uno di là, non collabora, s'inceppa, finisci per assestargli un pugno in un definitivo scoppio d'ira così succede che il primo modello definitivamente si guasta. Che fare? Ripararlo? Non sia mai, con quello che mi ha fatto penare! Anzi, ci sarebbe da scrivere una lettera di rimostranze all'azienda produttrice, da chiedere i danni morali e materiali, è inaudito chiamo il camion dell'Amsa (si chiama Amsa anche in altre parti dell'italica penisola? ne dubito, ma se sèmo capiti) che se lo porti via al più presto non lo posso vedere è proprio da rottamare. E dire che in un primo momento sembrava a posto, nuovo di pacca appena da collaudare, dispensava sguardi intensi e perfetti sorrisi dentro ai miei occhi correlati di borse e vagamente bovini, primi piani assai graziosi davanti alla linea dell'orizzonte piatta e scura del mar Adriatico. Ma, al di là di questo, era in grado di offrire altro? Nient'affatto, era sterile, dava solo problemi, uno al giorno, in continuazione. E dire che il contratto era chiaro e limpido, come la mia coscienza linda e pinta come mai lo era stata. Indi per cui, il guasto definitivo, la conseguente rottamazione, inevitabile.

Ora è arrivato il nuovo congegno, formula che vince (perde?) non si cambia, da fuori pare lo stesso, solo qualche piccola modifica strutturale. Del resto anche il primo non era così male, per essere un prototipo. Il nuovo funziona, va che è una meraviglia, è ben oliato e collaudato. Dà belle soddisfazioni e dispensa primi piani sorridenti e occhioni scintillanti sulla linea piatta del mar Adriatico, l'usura del tempo ancora non sembra scalfirlo. Ogni tanto mi domando, che fine avrà fatto quello vecchio, chissà se ancora langue al cimitero dei rottami o se i suoi pezzi sono stati riassemblati per produrre qualcosa di efficiente, in ogni caso scaccio in un secondo quel pensiero con una punta di fastidio, come facevo con i moscerini che mi entravano negli occhi una notte di settembre.

also sprach cazzomene alle ore 21:49 | Permalink | commenti (3) / commenti (3) (pop-up)
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sabato, 19 gennaio 2008

FRUSTRATED INC. - SYMPHATHY FOR THE NINETIES

Avendo avuto la malsana idea di spendere parte del tempo che dovrei impiegare digitando 30 cartelle per il conseguimento di ciò a cui anelo dall’ottobre 2003 -annus domini suini della mia immatricolazione nonché inizio di sfighe karmiche che non finisco di scontare- nella realizzazione di amabili compilation a tema su quei favolosi anni '90, mi sono trovata completamente e senza possibilità di appello né redenzione risucchiata in frattali di trip nostalgico che non accenna ad abbandonare il mio mood. Non sono la sola, as it seems, sarà da vèci, trito e abusato ma non posso fare a meno di dirmi: “Ma quanto erano belli, e magici, e ingenui, e pieni di cose ora svilite dalla volgarità imperante e pecoreccia quei favolosi anni '90?" I chupa-chups del Luca’s bar (panna e fragola o coca-cola per me) prima che diventasse una gelateria fighètta, i lucidalabbra al cioccolato della Broadway al supermercato in scatolini di plastica trasparente, “Hardcore Vibes” e “Movin'on” sparati appalla sul calcinculo e sulla piovra all’Idroscalo, Radio Deejay al suo apogeo that blew my childish mind traghettandomi verso i teen, le tdk da 60 minuti che finivano sempre troppo presto. Il video di “Atmosphere” per la prima volta a “Virus” su Videomusic una notte in Sicilia. I ghiaccioli Lipton le Cipster e i succhini alla pesca Del Monte, una trousse di trucchi regalatami da zia e cugine per Natale che mi pareva the garden of unearthly delights. “Trainspotting” comprato di sgamo perché i miei lo ritenevano diseducativo, letto d’un fiato nottetempo sotto le coperte con la torcia elettrica, “Firestarter” censurato perché Keith Flint faceva pajura ai cinni, le scarpe da tùnni contadinotti Docksteps o come minchia si chiamavano che tutti i figosi di terza media belloni und impossibili y scapestrati pluriripetenti possedevano e i pantaloni elasticizzati gessati. I Csi due anni prima dello scioglimento a quello che ancora se ciamava Palavobis, gli Oasis al Palalido un attimo prima di diventare “la più grande band di tutti i tempi”, tutti i singoli comprati sono ancora lì in una scatola pittata li ascoltavo in religiosa adorazione prima di andare a dormire sognando di essere una groupie di quello che all’epoca mi pareva un uomo muy muy affascinante e, in fondo -moolto in fondo-, sensibile. Maglioni informi a maglie larghissime della Jeanseria del Corso, le collane e gli anelloni in plastica con i fiori durati il tempo di una stagione, il Manuale del Sesso in allegato con “Beautiful Magazine” del quale francamente capivo pochino (non che adesso le cose siano migliorate), “Tutto Musica” letto e commentato con il mio amico gayo di siempre sulle panchine davanti al Play Planet di recente apertura, i trancini e tegolini di cui facevo incetta quando andavo a casa sua, e il Mars con le patatine gusto pizza. I martedì preestivi a vedere il Festivalbar, “Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi”, “Fresh Prince of Bel Air”, it's alright 'cos I'm saved by the bell, le cartoline di Beverly Hills e il poster a grandezza naturale di Brèndone, il profumo dolciastro del Fiorucci in S.Babila enorme dove trovavi cose dell’altro mondo, vestiti e scarpe che mia madre si rifiutava a ragione di comprarmi sui quali versavo copiose e calde lacrime –vestiti che, si badi bene, non ho mai più rivisto da nessuna parte e a cui ancora adesso anelo come desidèri mostruosamente proibiti-. Le pennone trasparenti con nel cilindro l’acquetta in cui galleggiavano cuoricini, palline, brillantini e stelline e la latta di Coca cola portagioie. La ghiaia del cortile della scuola elementare, il ciliegio, i muri azzurro slavato del refettorio in cui, con sommo gaudio, ero esonerata dal mangiare l’orrendo pesciolino arrotolato dall’odore nauseabondo. “It” che terrorizzò molte mie notti fino a che non mi decisi a vederlo scoprendo che trattavasi di una mezza vaccata, “La scogliera degli spettri”, primo di una lunga serie di Dylan Dog acquistato all’ aeroporto di ritorno da un viaggio a Roma con mio papà, e i vecchi numeri recuperati a pacchi al Libraccio quando ancora c’era il Duomo Center sopra il Virgin Megastore dove acquistai anche un orecchino a forma di guitar. Le crocchette di Burghy, il mito-miraggio di Londra città cyber epicentro del mondo dove tutto succedeva e potevi andare in giro con capelli fuxia e piercing senza che nessuno ti rompesse il cazzo. Gli Mtv Music Awards ’95 commentati da un Silvestrin non ancora così coglione e Jarvis Cocker che non ricordo in quale occasione si sbottona la patta davanti ai bambini che accompagnano l’esibizione di Michael Jackson, la replica della Rock Hit ascoltata le domeniche pomeriggio a Cinisello mentre facevo il bagno con il bagnoschiuma al tiglio, “spaid olmareida still dostoradine chèi”, “Last Goodbye” quando ancora ignoravo il suo celestiale artefice e mi diceva poco e niente, Alanis Morissette riot ggrrl incazzusa che recriminava i pompini nel cinema, mille cuori rosa fluo che si sollevano per tutta la spianata erbosa dell’Acquatica mentre un Jon splendido trentenne non ancora liftato intona i toccanti versi “end ai uill loviu beibei ouuuuweei” e io mi sciolgo in lacrime, le pagine profumate dei mille diari segreti mai terminati. Le domeniche al Palaghiaccio con la musica tùnna selected by Discoradio, pochissimo studio e i pomeriggi a girare come la merda nei tubi per un quartiere che pareva tutto da scoprire con la mia amichetta dell’epoca, che ora lavora alle Generali e conta a breve di sposarsi e mettere su famiglia. Richard Ashcroft che calpesta tutto e tutti e va avanti per la sua strada, le paranoie di fattanza di Tricky, gli ùrendi tutoni di acetato Adidas che erano per me una seconda pelle e le VHS di “Nord Sud Ovest Est” e “TVTB”, one nation one station is our final destination, il Gallery in fondo a via Torino, cubiste discinte e travoni a dimenarsi a fronte di vecchiette che escono dalla funzione. Un “finto Natale” da mio papà in cui mi regalò, come da richiesta, “Tabula Rasa Elettrificata” e “Metallo non metallo”; quella sera stessa i Bluvertigo erano a “New Italians” e mentre guardavo con occhi sgranati Morgan+Andy sul prato davanti la Villa Reale chiacchierare con Camila compresi che la mia vita sarebbe cambiata.

Potrei continuare all’infinito, ma evito per buona decenza verso i miei 25 lettori. Del resto la memoria va fissata, questo è il mio retroterra molte cose le credo perse e lo sono fino a che non ritornano e mi aprono un’altra insight. Oh, quanto lo vorrei! Tornare back to 1991, e vivere con consapevolezza –ma pure ancora con quello sguardo incantato e di candore per cui ogni cosa aveva qualcosa di strabiliante [ma era così per tutti, credo, non solo per chi era cinno, era qualcosa che era nell’aria]- tutto ciò che non ho mai realmente vissuto! Che dopo il 1999 cominciasse nuovamente quella meravigliosa decade, again and again, in eterno! E invece? Velocissime comunicazioni, virtualissime clonazioni. Relazioni che si prosciugano, scadimento e livellamento, baluardi di un tempo non troppo lontano in demolizione, archivi emozionali al macero. E allora si va avanti, solo consentitemi di farlo non con marinettiano entusiasmo verso un progresso avveniristico che nei miei anni recenti, nel mio tempo presente, nel nostro tempo buio, nell’avvenire futuribile che io immagino ghe n’è minga, ma del resto pure con la consapevolezza che sono anche quello che ricordo, la mia tarda infanzia, cercando di recuperare anche solo un ciccinin di quello spirito, armarmi di quello sguardo del quale ora ci sarebbe davvero troppo disperatamente bisogno...

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sabato, 05 gennaio 2008

Fall in light, fall in light, fall in light...

Feel no shame for what you are. Deciso di spezzare un circolo da troppi anni ripetentesi, fatto di sorrisi di circostanza accanto a quintali di cibo e calore non umano e disagio e domande standard di convenevoli e mie risposte rasentanti l'autismo, e tanto mi basta. Nessun brindisi nè reticenti baci sulle guance e nasi che còzzano con pseudo sconosciuti solo una latta di birra con una zizza sotto una nevicata di  cenere che neanche il World Trade Center. Panini del pakistano e birra + gazosa guardando Colin Firth e Hugh Grant fare a pugni sulle note di "It's raining men" (eeh sì...) al posto di cotechino e prosecchino. Il braccialetto della fortuna è blu tendente al viola, ma devo fare il terzo nodo. Ghignare di auguri predefiniti minimal inviati a tutta la rubrica e urlare nel telefono con tappi di carta nelle orecchie: "Sei un bauuuusciaaaa!". A seguire, giorni di gelo e di junk food, guanti e geloni, crackers con la maionese al tonno, riso basmati con lenticchie galleggianti in broda oleosa, paste alla crema, vin brulè e caffè, e l'amata pizza del redivivo Gingio che è risorto dalle ceneri che manco la fenice; cielo pastello contro arcate rosse e muri rosa e arancio prima che il grigiore e il nevischio fracico eclissassero ogni cosa, mercatini e calze e streghe e luminarie non pacchiane; presepi più o meno cangianti, sofferenza indotta da tacchi sull'acciottolato e mostre con cristi deformi e madonne cadaveriche; merde di piccione che una volta tanto non colpiscono la sottoscritta, "Jesus died in Las Vegas" totalmente a buffo nel negozio delle ddroghe "naturali", una casa enorme e labirintica e "La cosa" davanti a un maxi schermo al plasma mangiando biscotti Oreo, approcci di merda che non cambiano mai, gente in bad trip che collassa e vomita sul ciglio della strada, locomotive dismesse  a fianco di baretti-balère e altre cose che ho dimenticato. A casa, un messaggio inatteso al quale rispondo volentieri, che mi fa pensare che forse qualcun altro vuole mettersi in discussione a prescindere dagli esiti delle proprie azioni e che quest'anno forse tutti faremo cose folli rischiando pelle e dignità per ottenere e cambiare qualcosa...

Stand absolved, behind your electric chair, dancing

Join us in the streets where we

Don't belong

Fall in light, fall in light, fall in light

Grow in light.

 

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sabato, 01 dicembre 2007

one inch men

Doveroso contributo alla causa degli Approcci di Merda. Allego testimonianze di infelici tentativi di avvicinamento susseguitisi nel mese che volge al termine che hanno portato mestizia, ma anche un ciccinin di sollazzo misto a sufficienza, nel mio animo eletto. Qualche dì addietro, nella notte novembrina delle 18,30, ritorno da giornata bibliotecaria trascorsa mangiando schiacciatine bisunte, deglutendo the caldo chimico, bestemmiando e non comprendendo il calcolo dei predicati; avanzo nella nera oscurità fendendo nebbiolina fluttuante a mezz’aria mista a fumi dei motori tra le luci dei lampioni arancioni, alla volta della mia dimora. Attraverso l’incrocio mas brutto ever e costeggio il Bingo-sala giochi dalle meste luci al neon –ogni volta mi domando, rispondendomi negativamente, se si sentisse l’effettivo bisogno di un casinò in miniatura donde Albanians on the radar e tùnni di Niguarda ammazzano il dì provocando risse e flippando ulteriormente le già ebeti espressioni di fronte a slot machine e schermi del videopoker- ; decido di tagliare per la strada mas brutta ever, il vicolètto che solo a vederlo evoca di default rapine e stupri di gruppo e che si congiunge proprio con la mia via. Sono solo pochi metri, ma il concentrato di squallore und degrado non ha eguali: sgommate di cacche di zingari e stratificazioni di piscio lasciate ad essiccare tra sacchi del rusco stillanti liquami e foglie marce; pezzi di mobili vestiti smessi macchinari in disuso ai bordi del marciapiede come in un cimitero dei rottami; filo spinato arrotolato in alto e tapparelle abbassate e nessuna apertura all’infuori dei cancellètti arrugginiti, comunque sbarrati, della clinica per la tisi galoppante a destra. Ordunque, mentre cammino di buon passo in questo ridente landscape, facendo attenzione a dove metto i miei amabili piedi calzanti stivali in pelle dalla punta arrotondata di Mauro Leone, pensando ai cazzi eminentemente miei, sento una voce levarsi da un’auto in sosta. “Ehi, scusa!”. Il mio livello di sospetto raggiunge immantinente l’arancione mentre mi accingo a esaminare l’autore del richiamo. Trattasi di distinto –aggettivo questo che non può non richiamarmi alla mente gli annunci su Kijiji di pùtantour di lusso: “professionista distinto cerca bellissima, molto generoso, massima serietà, per cena e dopocena”- giovinastro sui 35, ben vestito, della specie che troveresti in libera uscita al venerdì sera in qualche discobar con arredo minimalista e house/chill out sulla Milano-Meda. “Non riesco a trovare via Salcàzzo, non è che puoi darmi una mano?”. Già lo scazzo raggiunge livelli di allerta nella ivi scrivente, che, nel momento in cui viene interpellata circa informazioni modello Tuttocittà da elargire, di norma risponde con mugugni, grugniti e svarionati “Noo, non soo” per poi allontanarsi alla velocità del fotone. Ma questa volta no, del resto la suddetta via è proprio dietro l’angolo, suvvìa concedo l’indicazione stradale, seppur non con toni sprizzanti cordialità. “See allora adesso gira a sinistra in via Cazziemazzi [ometto il nome del loco per tutelare la mia privacy in pericolo] poi al semaforo subito a destraa”. Il giovinastro poco brillante si fa ripetere l’indicazione per ben due volte, mentre io mi guardo intorno controllando che non sopraggiungano da dietro maniaci magari suoi complici; il soggettone riesce intanto a intercalare tra un’informazione e l’altra con: “Ma non sei italiana tu..!”. Ora, se c’è un approccio di merda che più di merda non se puede, scontato, irritante, fastidioso, urticante, quello per me consistenelfare commenti sul mio modo di parlare/pronuncia/accento, che potrà essere fuori della norma –ma quale norma??-, ma anche no, e che, in ogni caso, nulla ha di esotico e/o riconducibile al di fuori dell’italica penisola. L’orchite comincia ad appropriarsi degli attributi che non posseggo, mentre dico: “No no, sono italiana”, e intanto mi maledico per il mio dare ancora corda al marpione, ma io no, ancora non ci voglio credere, non posso concepire un tentativo di approccio sì maldestro, svantaggiato, finto-figoso e imbarazzante. Mentre finisco, una volta per tutte, di dare le fottute indicazioni, il maranza, come se fosse la cosa più naturale del mondo, così mi apostrofa, con accento che tradisce infine inequivocabilmente provenienza dal centro peninsulare: “…tu com’è che tti chiami?”. I cojoni che non ho cominciano a girare come eliche di motoscafi, giungo al punto di ebollizione e con un “Ciaa-oo” cantilenante pronunciato a voce oltremodo alta che nelle mie intenzioni sa di presa per il culo, scherno e pietà giro sui tacchi, divoro in poche falcate i metri che mi restano per guadagnare la retta via, sparisco dal campo visivo della distinta testa di lampone, la notte nera mi inghiotte e chi s’è visto s’è visto.

Tacerò invece per tutelare la riservatezza dell’autore e non urtare la sua sensibilità la rivelazione mirabolante giuntami via email che mi ha lasciato sconcertata und basita, ma che effettivamente ha spiegato molte storiacce di stalking, chiamate ossessive e cartoline e video con mie foto manipolate. Vorrei solo puntualizzare che, per quanto possa essere una panacea per il mio ego essere oggetto della venerazione incondizionata di qualcuno –ma anche no, in realtà mi è del tutto indifferente, tanto più che la vicenda è ai limiti del patologico-, non possono che farmi cascare le braccia provocandomi shock insulinici frasi come “ti amo, sei l’unica persona che abbia mai amato, sarei felice soltanto con te, sei un angelo” and so on, e avanti sbrodolando melassa. Sarò un cuore di cane, ma non je la posso fà!!!

Approcci di merda version 2.0. Sms ricevuto mentre ancora mi trovo in biblioteca, ancora bestemmiante su Frege y Cantor (notare come tutti i logici alla fine della loro carriera siano usciti pazzi o si siano suicidati, a dimostrazione che effettivamente c'è qualcosa di insano nell'occuparsi di tutto l'ambaradan, "Π" docet). Numero non in rubrica, ma le ultime tre cifre parlano chiaro: il dannato 713 associato in modo inequivocabile a Mr. Goldmember, uno degli òmmini più belli ed eleganti con i quali abbia mai avuto a che smanettare, e di gran lunga il più ottuso di todos. Il messaggio, denso di contenuti e profondità nonchè di argomenti, recita aussi: "Come và? Tutto ok?". Ora, possibile che in quattro parole quattro una persona  di 30 anni per gamba in possesso di una laurea -capirai...- riesca anche a inserire errori grammaticali? E non venitemi a parlare di t9, da che mondo è mondo "và" si scrive senza l'accento. Questo se vogliamo mettere i puntini sulle i. Ma la questione è un'altra–cit. il padre di Brenda in Beverly Holes-. Ora, come può una persona che ha stronzeggiato tutto l'anno facendo le peggio cose e peggiorando ulteriormente il pessimo stato psicofisico in cui mi trovo da ormai quattro anni a questa parte, trovare la faccia per farsi risentire? Mi rifiuto di credere che si tratti di un sadico piano ai miei danni, ergo, con buona approssimazione, ritengo di poter attribuire il suo comportamento   all'ottusità dilagante che lo contraddistingue. Noncuranza, la sensibilità di un bufalo di palude in una teca di Swarowski, arroganza inconsapevole di poter fare il càsso che gli pare, ignoranza umana profonda, intima essenza del tùnno e dello zoticone dall’animo grezzo nonostante sia ricco e bene abbigliato. A complicare il tutto il  fatto che non riesco ad essere obiettiva, in virtù dell’innegabile fascinazione meramente estetica che il suddetto esercita su di me. Ma questa volta separo in modo freddo e calcolatore le due cose, una volta per tutte rispondo per le rime, anche se con la classe che mi è propria. Lapidaria. Sono assai soddisfatta. Tutto tace da qualche giorno, things look peaceful. Attenderemo gli eventuali sviluppi, e buona camicia a todos.

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lunedì, 12 novembre 2007

catharsis...

Occhi verdi, verdazzurri, giallo, arancio, screziati d’amaranto, iridi opacizzate che  anni che sono lustri consumano, assi che scricchiolano sotto unghie sfibrate che cadono e polpastrelli nero e rosa che avanzano, incerti e flemmatici o giovinetti e spavaldi. Occhi socchiusi, dischiusi, cangianti, iridescenti, spalancati come tazze, pupille dilatate o che si espandono a macchia d’inchiostro, fanali catarifrangenti a fendere l’oscurità. Testimoni talvolta inconsapevoli dei nostri crolli e sfaceli, semplicemente emergono, in un tripudio silenzioso o sfacciato si manifestano, presenze impercettibili a onorare la nostra presenza, non importa quanto una merda umana possiamo essere con i  nostri simili; non è la stessa partita. Occhi grati, in adorazione, se ne sbattono dei fallimenti che hai collezionato al di fuori dalla bolla iperovattata che è il loro  universo, del tuo orientamento sessuale bellezza cultura nevrosi delle coseorribili che hai fatto; sguardi indifferenti, impassibili, anche, a tutto ciò che non concerne la soddisfazione dei bisogni primari, ci sono accanto senza partecipare al nostro dolore. Del tutto impermeabili loro all’empatia, non lo siamo noi all'innocenza che irradiano, impossibile non scorgerla sotto una patina di opportunismo. Uccideremmo per loro, e ci faremmo uccidere, preghiamo divinità feline che li proteggano e li preservino pur sapendo che dovremo sopravvivere loro. Decresce la fiducia e aumenta la paura verso il genere superiore cui pure apparteniamo, sempre più il loro diventa il nostro mondo, sogniamo un udito potenziato, vista e olfatto formidabili, portamento aggraziato, la facoltà di non sapere e lo skill di farsi amare. Ci dilania la loro assenza, ci guardiamo intorno privati di una doppia visione, senza direzione, non possiamo focalizzare il nulla, rimane da chiudersi o dare via il proprio cuore ancora, ancora una volta rinunciare ad essere impermeabili e, nostro malgrado, contrarre un altro legame, a volte forzato ma impossibile da rifiutare, più (che) umano… 

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giovedì, 01 novembre 2007

ELEGY # 2 (ANOTHER SICKENED STORY)

E' sulle note di una canzone degli Interpol che non ricordavo così bella e struggente, o forse è il mood del momento che fa la sua parte, che lancio un ultimo sguardo commosso a una pista che  da anni non vedevo così gremita, mentre le luci si fanno sempre meno smorzate e ommini con la maschera di Leatherface e tònne col cappello a punta e le parrucche viola si apprestano a salire quei gradini che conducono in superficie e i festoni con zucche arancio e nere vengon giù ammollati e sgualciti. E' questo il canto del cigno di un altro luogo che è un pezzo di storia, oltre che della mia storia, che dovrebbe essere fatto patrimonio dell'Unesco ed invece verrà raso al suolo. Cerco di memorizzare ogni dettaglio, le statuètte di Ganesh al bancone del bar, la macchinetta che distribuisce mandorle caramellate, il guardaroba, i divanetti duri come il marmo scrostati e i tavolini fracichi di alcol, l'acqua mista a melma che ricopre le piastrelle del bagno, la voce della tipa in bad trip che piange convulsamente nel cesso accanto. La bassa sagoma rettangolare da palestra/piscina anni 50 vista dall'esterno, a spezzare la geometria svettante dei palazzoni che lo stringono e destra e a sinistra, i platani o tigli o che minchia di alberi sono che costeggiano il marciapiede. Un ultimo sguardo commosso a una pista che comincia a svuotarsi, e pare di stare in un film dove tutto è in ralenti 5 secondi prima dell'apparire dei titoli di coda, con Paul Banks che dice "We ain't going to the town, we're going to the city. Gonna track this shit around, and make this place a heart, to be a part of. Again" e ti immagini quella stessa pista deserta, in un'atmosfera surreale, la palla con gli specchi che capitola sotto i colpi delle ruspe, le colonne che, con una lentezza esasperante, si schiantano al suolo, vecchi, amatissimi edifici che crollano, senza un perchè spariscono, mi mancano già adesso che ancora ci sono. Un ultimo sguardo commosso, e anch'io mi avvio voltando le spalle, mentre dopo i riverberi sul finale l'organo e le percussioni restano insieme per una manciata di secondi poi cessano all'unisono.

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martedì, 16 ottobre 2007

elegy for gingio (and other sickened stories)

Ci sono luoghi dati per scontati; li si crede immortali e saldi come pietre millenarie. Molti ne ho visti da un momento all'altro sparire, molti altri ne vedrò. Ci passo davanti senza notarne l'assenza, tale è l'abitudine a vederli lì, la mia immaginazione sopperisce per una sorta di automatismo a ciò che manca alla vista. Una domenica di inizio ottobre zampetto per via Indipendenza con i miei compari -di spuntini di mezzanotte, in tal caso-, ogni cosa è illuminata e fredda e abbastanza deserta non fosse per gli ultimi autobus che vanno su e giù per la Rizzoli Avenue. La fame chimica post-Chris Spencer impera e spontanea giunge la mia proposta: "Andiamo dal Pizzaro delle Due Torri". Apprendo così, con orrore e sgomento autentici, che il Pizzaro delle Due Torri has left the building. Desaparecido, volatilizzato. C'ero passata davanti per ben due volte quel pomeriggio, e nulla avevo notato di sospetto: al posto di quel pezzo di storia ci sta un androne sventrato da lavori in corso e varie serrande che più serrate non si potrebbe. Più tardi svolgo indagini approfondite -4 parole in croce su Google- e scopro che il pizzaro cui nel corso di anni ho elargito decine di monete da un euro e venti centesimi chiamavasi Gingio. Altro non so. Rammento i tranci quadrati margherita e salame piccante, my favourite ones, dal retrogusto simil-farmacia e sciroppo per la tosse, avvolti in tovaglioli di carta scura tipo foglio di giornale che immantinente diveniva oleosa consumati sulle panchine dello slargo della Feltrinelli, guardando i motorini passare. Rimembro la folla che, a ogni ora del dias y della noche , affollava la stanzetta a L con in fondo il frigo con le bibite e il marciapiede a fronte, all together, dall'extracomunitario al pischello alle trentenni ai vitelloni ruspanti tutti assaporavano le creazioni del Gingio, and now he's gone [sempre che Gingio non fosse un prestanome, ma mi piace ricordarlo così]. Che fine abbia fatto non è dato di saperlo, rivolgo questo accorato appello ai bolognesi (immaginate di leggere queste righe con la musicaccia mesto-inquietante di "Chi l'ha visto" come sottofondo): chi sa, parli. Gingio è muerto, è andato in pensione, oppure si è trasferito in qualche paradiso tropicale grazie ai proventi degli emiliani nightclubbers mangerecci e ora elargisce pizze salsiccia e patate da un chioschetto su una spiaggia bianchissima con palme e ondine cristalline: quale che sia la verità, il mondo deve sapere. Quanto a me, mi consolo con falafel e salsa di yogurt e latta di Moretti imboscata con un fazzoletto come gli alcolizzati nei parchi americani guardando gli autobus sfrecciare, ma nulla potrà sopperire a quell'amabile crosta cancerogena che allietò tante mie nottate in una città sempre più spenta, ma che, con tutto quel che mi ha dato e che mi ha tolto, mai mi stancherò di adorare.

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martedì, 02 ottobre 2007

WORKING CLASS HEROINE IS SOMETHING TO BE

Come da foto, mi sono procurata le decolletè dei poveracci -Mauro Leone? sarà per un'altra vita-; ora tutto quello che mi serve è un lavoro da segretaria repressa. Chiunque ne possieda uno da omaggiarmi me lo comunichi. In alternativa accolgo proposte di lavoro nel mirabolante mondo della nightlife de Malàno -ma non dei night club!!- e in ambienti arty e fighi. Il mio curriculum è in bianco; tutto quel che posseggo è un cinismo imperante in punta di tastiera che anèla di trovare materiale umano o similare da corrodere.

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venerdì, 21 settembre 2007

black c

Di tutti gli òmmini che mi hanno ferito, su di te non sono più riuscita a spendere una parola; ci provo adesso. Vorrei non darti il peso che non meriti, ma ancora adesso, e in questo ahimè sono molto emo, e dio sa se vorrei non esserlo, sègni irrimediabilmente la mia vita e il pensiero di te alimenta un odio – ed è odio allo stato puro, oh se lo è- che non finisce di torturarmi, non potendolo esporre, non potendolo indirizzare verso di te. Ti incendierei la macchina, prenderei a sassate le finestre al piano terra del tuo signorile domicilio nelle vicinanze di Brera, griderei all’ universo mondo che ce l’hai piccolo, quel cazzètto che, una gelida notte di dicembre, dopo aver tracannato Franciacorta e mangiato una carbonara scadente, rimase inutilizzato –del resto non avrei sentito nulla, il Tampax Mini suppongo sia più appagante di un fagottino di carne di nove centimetri- . Al concerto degli Shellac, quando ti sei avvicinato a me in un gesto di intimità totalmente ingiustificato, avrei voluto infilarti le dita negli occhi, e invece sono rimasta immobile e ho blaterato qualche frase di circostanza. Ironia della sorte volle che ti rivedessi proprio , dove pensavo di trovare un porto franco, dove credevo di essere al sicuro da sguardi indagatori e morbosi di conoscenti, lontano dalla nostra città che è un paesotto dove ci si incontra troppo spesso e dove tutti sanno tutto di tutti, come nella più recòndita provincia. Ironia della sorte volle che colonna sonora di quell’incontro -spero l’ ultimo, ma temo non lo sarà- fosse proprio la canzone-manifesto che non mi stanco di dedicarti: “To the one true god above: here is my prayer. Not the first you’ve heard, but the first I wrote. Not the first, but the others. Were a long time ago. There are two people here, and I want you to kill them”. Oh, quanto lo vorrei! Vederti soffrire, piangere come una donna, and fucking kill you, kill you just fucking kill you. E invece mi tocca convivere con questa cicatrice, sostenere le occhiate ai raggi x o semplicemente curiose di chi con te deve essere stato testimone della mia traggedia personale, di chi insieme a te deve avere riso di me mentre la mia dignità andava a farsi benedire. Non potendo dimenticare, attendo ogni giorno, con pazienza, di veder passare il tuo cadavere.

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giovedì, 20 settembre 2007

QUASI AL RIPARO DALLA FALCIATRICE DEL TEMPO, MENTRE IL PRESENTE SCOMPARE (GRADUATION SUICIDE)

Vorrei prendere la bicicletta e andare a vedere i colori dell'autunno incipiente ovunque ci siano foglie sul punto di cambiare colore, comprare jeans scuri stretti in fondo e decolletè color prugna di Mauro Leone e ascoltare tutti i dischi accumulati, a prender polvere sulla scrivania o sull’hard disk. Vorrei bere Sangria alla pesca accompagnata da grissini a profusione da intingere in salsa all'aglio e maionese e birra rossa e Martini e spritz. Vorrei riprendere in mano lo spartito del tema di Twin Peaks da perfezionare e vedere troppi film, primo fra tutti quella vaccata di Kitano i cui primi fotogrammi me facevano troppo tajà. Vorrei esplorare localacci vecchi e nuovi e riprogrammare in modo sistematico una nightlife pressochè ininterrotta. Vorrei mangiare el mejo sushi in town pure con le cameriere che mi cazziano perchè ci metto un secolo a finire il kirashi e checcazzo c'è gente che aspetta. Vorrei andare a Bologna, o a Berlino, o qualsiasi altro posto che non sia la sedia che sto a scaldare 24 hours a day. Molto altro vorrei, e invece devo scrivere, scrivere, scrivere; scrivere a mano con la bic nera, decine, pile di fogli protocollo, senza capire, contando di continuo le pagine del minimo giornaliero che mancano, consumando matite e decilitri di rosa e giallo fluo, annaspando sulla scrivania piena di trucioli di gomma, inciampando su pile di libri sul pavimento chè spazio altrove non ce n'è. Sogno il giorno in cui andrò al lavoro in tailleur rigorosamente nero e decolletè -quelle di Mauro Leone di cui sopra, of course-. To write or to die, non ci sono alternative. E allora avanti così, con il tempo che distrugge il giorno prima che una colonna di pagine sia archiviata, e si fa notte prima che possa svegliarmi e scadenze stringenti si avvicinano devastantemente in fretta. Ma farlo si deve, è una questione oramai troppo intima con me in cui è in gioco il mio restare indietro con la vita, che devo arginare, in qualsiasi campo, a partire da ciò che è in mio potere, che dipende da me e non dagli altri e dalle mutevoli e avverse circostanze della sorte, un capitolo va chiuso per conquistare una libertà impossibile, non importa del dopo e del vuoto a venire…tratteniamo il respiro, e lasciamoci andare.

also sprach cazzomene alle ore 13:03 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
categoria: finding èmo